Alexander’s ragtime band.

Gli otto membri dell’orchestra si imbarcarono, come passeggeri di seconda classe, il 10 aprile del 1912 a Southampton, Regno Unito. Violino, violoncello, pianoforte. Avevano una formazione classica ma erano capaci di interpretare le nuove melodie ragtime di gran moda nella Gran Bretagna di quei tempi.

Aveva il petto gonfio il comandante Edward Smith quando gli affidarono l’incarico. Ai due capi del filo, la tronfiezza e l’orgoglio. Quale scegliere? Prima di salpare da Southampton disse di non riuscire ad immaginare alcuna condizione per la quale queste navi potrebbero naufragare. Nella gelida notte del 14 aprile 1912 aveva il petto sgonfio. All’articolo 1097, alle 23.40, neanche ci pensava.

Gli otto ebbero l’ordine di continuare a suonare nel salone di prima classe, per distrarre e calmare i passeggeri. Andarono avanti per ore. Almeno fino all’una e quaranta, secondo la testimonianza del colonello Archibald Gracie, uno dei sopravvissuti. 

L’orchestra suonò del ragtime: alcuni superstiti riconobbero il motivo Alexander’s ragtime band. Con il passare delle ore le possibilità di salvarsi furono praticamente nulle ma l’orchestra non smise mai di suonare e cominciò a intonare inni religiosi. Pare che l’ultimo brano suonato sia stato Nearer, my God, to thee.

Una settimana più tardi, la nave Mackey Bennet, inviata a recuperare i cadaveri, trovò, nelle acque gelide, i corpi di W.H. Hartley e di J.L. Hume, il violinista. Hartley indossava il giubbotto di salvataggio, al quale aveva legato con una cinghia di pelle, il suo violino e la borsa con gli spartiti musicali.

La morale qual è?

Che so suonare la chitarra ma non ho voglia di suonare più. Per ora.

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