Come buttare i soldi in comunicazione.

dileo-carretto

C’è chi si riempie la bocca di biscotti e storytelling. Io ho fatto indigestione dei cantastorie guru imbonitori e dei clienti creduloni e faciloni. Sui muri della mia città, negli spazi 6×3, ho visto un prodotto fresco di stampa e di stampo vecchio. Nessuno slancio creativo. Un “appoggio” in photoshop discutibile. La font illeggibile. Una disposizione degli oggetti nel layout ingiudicabile. Creatività e rigore non pervenuti.

La curiosità e la deformazione professionale mi portano poi sul sito di Di Leo (dai che vi faccio un po’ di inbound) e sui loro profili social. Se storytelling deve essere vediamo cosa stanno raccontando, come si partecipa a questa storia. Niente.

I social sono lo specchio di un’anima autoreferenziale e un’inesistente condivisione narrativa. Vedete quanto siamo belli nel nostro backstage, guardate qui, venghino signori venghino. Uffa.

già li sento…”e però comunque se stai qui a scrivere vuol dire che la campagna ti ha colpito”… anche no.

I biscotti Di Leo non li ho mai mangiati. Figurarsi ora. Preferisco, se proprio devo preferire, stare sul tetto con la gallina e Banderas con la regia di Luca Guadagnino. Almeno la cabina di regia è buona.

Consiglio a Di Leo di pensare un po’ più al ROI o al ROE e alla sua agenzia “creativa” di passare in libreria, comprare “Questo libro non ha titolo perché è scritto da un art director” di Lorenzo Marini. Leggerlo e rileggerlo. Dentro c’è tutto. Basta saper leggere tra le righe.

E dopo lo spot di Di Leo…tutti a nanna!

Tutto è già passato.

Io che ho nostalgia anche di un minuto fa.

Davo le spalle al guidatore. Non volevo guardare avanti.

Guardavo indietro. Fissavo quello che lasciavo.

Inginocchiato davanti al passato. Me ne stavo lì dietro allo schermo del lunotto posteriore.

La macchina procedeva e io, in soggettiva, mi godevo lo spettacolo di quella carrellata.

Lasciavo dietro amici, tango e supersantos, smemoranda fresche d’autografi, buffe sedute spiritiche improvvisate, notti intorno al fuoco, chitarre maltrattate, zanzare pronte ad attaccare, cuscini con le prove generali dei miei baci, ombrelloni come pali, cavalloni come squali, jukebox tormentati, gettoni freddi con la riga al centro e quella canzone che mi era rimasta dentro.

Quella canzone che faceva da sottofondo a quella carrellata sullo schermo del lunotto posteriore inginocchiato davanti al passato con le spalle al guidatore. Senza guardare avanti.

Io che ho nostalgia anche di un minuto fa.

La metamorfosi delle rondini.

rondine

C’è qualcuno di voi che abbia mai visto contemporaneamente una rondine e un pipistrello? Credo proprio di no.

Scrivo di una teoria che rivoluzionerà la zoologia. Teorizzo su dottor jekyll mister hyde. Filosofeggio sul sole e la luna. O su quella parte di te che ogni tanto viene fuori e che proprio non ti piace.

Nella mia città c’è un sottopassaggio. Sopra ci sono i binari. Corrono paralleli. Si guardano in faccia ma non s’incontrano mai.

Sotto, dove passano le auto, se guardi in alto ci sono dei supporti di ferro che reggono il tutto. è li dentro che rondini e pipistrelli si dividono l’appartamento. Si guardano in faccia ma non s’incontrano mai. Verso le otto di sera le rondini tornano a casa. Il loro volteggiare, le loro traiettorie, a quell’ora impazziscono. Sarà che sono state un giorno intero a infilare i pensieri delle persone, sarà che si sono rotte di ascoltare che una rondine non fa primavera. Non fanno in tempo ad aprire la porta di casa che i pipistrelli escono e prendono il volo. Stesse traiettorie, stesso volteggiare. Sarà che sono stati un giorno in casa a testa in giù, sarà che non trovano giusta la scelta di Batman come leader senza uno straccio di primarie, sarà che hanno appena finito di vedere Dracula di Bram Stoker.

E se rondini e pipistrelli fossero lo stesso animale? Certo la struttura fisica è diversa ma non è che le metamorfosi siano solo appannaggio della bonanima di Kafka. Verso le otto di sera le rondini mutano in pipistrelli. Questa è la verità sconvolgente. Ecco spiegato quel volo frenetico che li accomuna. Ecco perché nessuno ha mai visto un pipistrello e una rondine insieme. Sono la stessa cosa.

Falla venire fuori quella parte di te che proprio non ti piace. Accoglila come una giornata di pioggia dopo il sole che ti ha accecato. Perché sei sempre tu. Sei la stessa cosa.

Il mio primo post.

surreale

Il primo post di un blog dovrebbe essere quello più importante. Dovrebbe descrivere le finalità, i why e i bicaus del blog. Una linea editoriale. Qualcosa. Non ho mai voluto fare soldi con questo blog per questo l’ho lasciato sempre libero. È uno spazio che mi fa stare bene. È terapeutico e curativo quanto i miei rescue remedy. Che poi…quale investitore schiafferebbe il suo banneruccio in uno spazio fatto di emozioni e parole?

Questo post lo dedico ai miei lettori. Referrals, sorgenti di traffico, numeri in una dashboard. Siete circa 100 al giorno a leggermi o a passare di qua per un caffè veloce. E per me non siete solo un numero. Per voi ho superato le 88 miglia e con la mia DeLorean sono tornato indietro. Nel mio pannello wp. Ne ho scritti settantaquattro di post. Ho scorso i titoli e title tag, rivisto i video. Un tuffo nel passato. Dove l’acqua è più blu. Ora sono pronto a scrivere questo primo post per descrivervi il mio blog e riordinare le categorie.

Sono Alessandro. Questo blog si chiama Comunicale. Qui dentro parlo di poesia e mercanzia. Poesia è poesia. È quella parte copy di me che vorrebbe scrivere un romanzo, cacciarlo fuori dal cassetto, avere il tempo per mettersi lì la sera, la notte, a scrivere. Mercanzia è quella parte copy di me che ama la buona comunicazione pubblicitaria. Quella parte di me che ha sbagliato giusto un po’ i tempi e pensa di passeggiare lungo Madison Avenue e incontrare Don Draper.

Sono stato chiaro mie sorgenti?

Come (mai).

Morceaux choisis d'après Rodin, 1968

M. Duchamp, Morceaux choisis d’après Rodin, 1968

Lei aveva sentito tutto il senso di quell’abbraccio. Avvolgerla. Metterle l’anima al sicuro. Lui, tre anni dopo, sentiva ancora in bocca le sue labbra e quel rumore di fondo fatto di passi nella neve. I loro passi.

Quei due sentivano.

Non si erano mai chiesti il perché in quella notte assetata non avessero versato neanche una mezza parola. Non avevano mai cercato di ricamare punti interrogativi. Quei due sentivano.

Se tutti fin da piccoli avessimo cercato di sentire il come e non ossessivamente di capire il perché. Non dico tutto. Ma molto sarebbe stato diverso.

 

il mio spot Panini.

Pizzaballa-1963-64

Parte l’audio ( Mi manchi – Fausto Leali )

“Mi manchi…
quando il sole da’ la mano all’orizzonte,
quando il buio spegne il chiasso della gente
la stanchezza addosso che non va più via
come l’ombra di qualcosa ancora mia”.

Scena: un bimbo nel suo letto. si sveglia. apre un occhio. sbircia sotto il cuscino. il suo album. ma…niente…non c’è. la tristezza la si legge negli occhi e in un sospiro dolce. continua la sua dura giornata. lo ritroviamo davanti a scuola. un gruppo di amichetti disegna una cerchio. difficile entrare in quella mischia. manco fosse un piccolo terza linea ala. Giocano con i colletti ( e non quelli del grembiule ). Il bimbo guarda in alto e sospira ancora. La camera stacca e vola in alto seguendo il suo sguardo.

Arriva l’inciso audio ( la musica cresce )

“Mi manchi…mi manchi…
posso far finta di star bene, ma mi manchi
ora capisco che vuol dire
averti accanto prima di dormire
mentre cammino a piedi nudi dentro l’anima!”

Mi manchi!

Scena: siamo al finale. il bimbo abbassa lo sguardo e scopre che a terra, calpestata e abbandonata c’è quella figurina che mancava.

PANINI.

L’EMOZIONE NON MANCA MAI.

*nell’immagine del post la figurina introvabile per eccellenza. il mitico Pizzaballa.

Confessioni di un pubblicitario.

confessionidiunpubblicitario

Ogilvy mi perdonerà se approfitto del suo titolo per riprendere a scrivere. Sono stato un po’ distante dalle parole. Immaginavo di avere più tempo. Sto dando tempo al tempo. Mi sto reinventando. Dopo anni chiuso in bottega con il mouse cliccante, alle soglie del tunnel carpale, assuefatto di malox e di bodycopy eccomi qui al mio fottuto mac a scrivere di quello che è stato e sarà.

Ho cercato sempre quel punto preciso e instabile tra poesia e mercanzia. Ho vagato immerso in un oceano di rumore, politici alla ricerca dello slogan perfetto, clienti alla ricerca del prezzo perfetto, fornitori alla ricerca dell’output perfetto, colleghi alla ricerca del sorriso perfetto, disegnando oasi di silenzio.

Poi non ne avevo più. E quando non ne hai più…non ne hai più.

Ora cammino con le mie gambe, metto la mia faccia, uso le mie parole. Perché quando la pubblicità finisce ricomincia il film.

Sarò sempre un copy nato che magari ha sbagliato giusto un po’ i tempi. Un giorno passeggerò lungo Madison Avenue e incontrerò Don Draper…ma noi non c’eravamo già incontrati?

Questo post non è stato interessante. Ma dovevo ricominciare a scrivere. Grazie per essere arrivati fino a qui.